FOGGIA, AMARCORD: IL TEATRO GIORDANO TRA RICORDI E RIMPIANTI DEI SUOI TEMPI GLORIOSI

 

Teatro Giordano negli anni 80

Non è facile parlare del nostro Teatro Giordano senza lasciarsi prendere dall’enfasi e da un forte senso di malinconia che ci accompagna tutte le volte nelle quali transitiamo per Piazza Cesare Battisti e alziamo lo sguardo verso quell’elegante struttura in raffinato stile neoclassico progettata dal famoso architetto napoletano, Luigi Oberty, e dedicato al grande Musicista e compositore foggiano. Vedere inesorabilmente chiuse le sue porte ci fa star male. E chiuso, oramai, il Giordano lo è, ininterrottamente dal 2006, dopo esserlo già stato dal 1997, per poi riaprire ed essere ritenuto agibile nel 2001, sino al 2006, quando il 31 gennaio ospitò il Presidente della Repubblica Ciampi.

Da allora una coltre di indifferenza , a parte gli articoli che compaiono sulla stampa e l’interessamento, a più riprese

, della magistratura, sembra essere calata sull’argomento. E pensare che in sette anni non si è riusciti a completare l’opera di restauro e restituire il teatro alla città, mentre altrove, a Bari, per esempio, il Petruzzelli, che è il quarto Teatro più grande d’Italia per dimensioni e andò completamente distrutto nel rogo del 1991, pur tra le infinite vicissitudini legate alle controversie legali tra la proprietà e il comune, nel 2009 è tornato agli antichi splendori e alla sua città. Per non parlare del Gran Teatro “La Fenice” di Venezia, anch’esso distrutto da un incendio doloso nel 1996 ma già, nel 2003, ricostruito e restituito a Venezia. Dunque quando le istituzioni funzionano e mettono al primo posto della loro agenda ( termine oggi, pare, molto in voga) la “res pubblicae” anziché i loro, di interessi, si possono superare anche difficoltà enormi: difficoltà che non pare essere proprio tali, almeno per quel che si legge dalle cronache, per il nostro teatro, la cui opera di ristrutturazione è stata completata, ed anche gi arredi sono stati allocati da tempo. Sembrerebbe dunque, che gli impedimenti alla sua riapertura siano dovuti alla non perfetta realizzazione di alcuni impianti , addirittura la mancanza di una cabina elettrica! e alla mancanza della certificazione antincendio.Nella speranza che presto queste problematiche vengano superate ed avendo speciali e indelebili ricordi personali del Teatro Giordano del quale, in età scolare, insieme ad altri miei coetanei, ho calcato il palcoscenico, grazie all’opera e all’insegnamento della compianta Nobildonna, educatrice e scrittrice foggiana: Amelia Rabbaglietti, direttrice dell’omonima scuola elementare di Via le maestre, che ha lasciato in tutti coloro che sono passati per la sua scuola, un’eredità morale; civile e di principii esemplare, voglio, con questo scritto, raccontare alle generazioni più giovani e che non hanno potuto vivere il loro teatro e ricordare a noi meno giovani, quello che il Giordano ha rappresentato per i tantissimi foggiani che , (dopo un periodo di oscurantismo, negli anni 50/60, quando rimase abbandonato a se stesso), dagli anni 70 e sino alla sua chiusura, hanno “goduto” della bellezza dei suoi palchi; della platea ma anche del loggione. Questa suddivisione di posti ( come avviene un po’ per tutti i teatri in Italia), come vedremo, rilevava anche alcuni aspetti sociali, che a volte sfociavano in vere e proprie proteste, anche di una certa forza.

La “vita” dei foggiani intorno al loro teatro iniziava con l’affissione delle locandine che pubblicizzavano la stagione di prosa. Le compagnie teatrali più importanti venivano invitata a rappresentare le loro opere sul palcoscenico del Giordano. Una volta lette le condizioni di abbonamento e i prezzi, il passo successivo era quello di prepararsi a lunghe ed estenuanti file, con possibili, anzi certe, discussioni, da mettere in conto, presso il botteghino del teatro. I posti che venivano messi a disposizione del pubblico erano al netto di quelli già riservati ai vecchi abbonati e agli immancabili “abbonamenti di favore!” La fila iniziava a notte inoltrata; quando arrivava il nostro turno l’impiegato ci mostrava la piantina del teatro con i posti ancora liberi, indicati da diversi colori, secondo l’ordine e la tipologia. In molti casi c’era chi aveva avuto l’incarico, da più persone, di acquistare gli abbonamenti, per cui bisognava stare attenti a scegliere il palchetto o i posti in platea più idonei. Inutile sperare nei palchi di prima, seconda e terza fila, centrali perché erano sempre già impegnati; bisognava sperare di arrivare tra i primi per abbonarsi a quelli meno laterali possibili. Il loggione invece aveva pochi abbonati, in genere i biglietti si vendevano, tutti, volta per volta, i giorni antecedenti la singola rappresentazione, insieme ai pochi tagliandi rimasti dopo gli abbonamenti. Già da questo primo passaggio si comprende come l’interesse per i foggiani per la prosa non fosse affatto secondario, anzi, in molte occasioni il teatro appariva finanche troppo piccolo per le crescenti esigenze della nostra città.

Come dicevo qualche riga più sopra, la suddivisione dei posti in teatro rappresentava, in qualche misura, la suddivisione sociale dei cittadini di Foggia. Una sorta di “spaccato” sociale. La platea, con le sue poltroncine, era occupata dai VIP della città; le persone più in vista; i professionisti più noti, le alte Autorità. Al Prefetto, retaggio di una vecchia norma, ora abolita, del T.U.L.P.S. (il testo delle leggi di polizia) , era riservato il palco di prima fila centrale. Gli altri palchi di prima fila erano appannaggio dei ceti più abbienti o vicini alle istituzioni, per cui godevano di “favoritismi” all’atto dell’abbonamento. Gli altri palchi di seconda e terza fila erano occupati per lo più da famiglie del ceto medio, alcuni, mentre la maggior parte ospitava molti giovani, anche in questo caso più benestanti, figli magari di quelli che occupavano le poltroncine e che facevano parte di varie comitive ( le tipiche forme di aggregazione dei giovani foggiani sulle quali mi sono lungamente soffermato in uno dei capitoli del mio libro “Foggia, stazione di Foggia”).

Il loggione invece era un po’ più particolare. Lo occupavano diverse tipologie di persone: da quelli che avevano meno possibilità economiche, a qualche “figlio di papà” con idee socio/politiche “rivoluzionarie” ai “veri” estremisti, per lo più di sinistra, che facevano parte dei diversi “circoli culturali”cittadini legati alle allora esistenti fazioni politiche.

Questa diversità che ho messo in evidenza, diveniva poi realtà quando si trattava di fare la fila per entrare a teatro, perché in genere l’ingresso al loggione avveniva per ultimo creando molti malumori, oppure quando dalle frange più estremiste, iniziavano vibranti proteste contro coloro che ostentavano palesemente il loro “status sociale” indossando costose pellicce , auto di lusso, gioielli e quant’altro. Non mancavano momenti di vera tensione , per questo , specie nelle serate con maggior affluenza e di particolare richiamo, la forza pubblica vigilava, discretamente, sull’ordine e la sicurezza del luogo

Le proteste che, a leggerle oggi, avevano più il sapore di manifestazioni goliardiche ( in effetti la maggior parte degli occupanti del loggione erano studenti universitari), a volte continuavano in teatro e non poche volte proprio dal loggione arrivavano fischi e disapprovazioni verso l’opera che si stava rappresentando.

Le serate “teatrali” erano molto particolari perché non erano circoscritte alla durata della rappresentazione. Sia prima, che durante e dopo di essa, infatti, c’erano diversi riti che si ripetevano consuetudinariamente. Prima di andare al teatro, specie le donne, passavano interi pomeriggi dal parrucchiere e al telefono con le amiche per decidere sul cosa indossare e sull’organizzazione della serata. I più giovani, invece, si incontravano ai giardinetti e di li si muovevano verso il teatro. Piazza Cesare Battisti, nelle sere in cui c’era qualche spettacolo al Giordano si vestiva a festa. Il teatro, completamente illuminato, appariva più splendente del solito e, con l’illuminazione della piazza, diveniva un “unicum” che non aveva uguali. La piazza si popolava pian piano, già da molto prima che il teatro aprisse le sue porte, di gente che vi giungeva a piedi o veniva accompagnata in auto e si formavano vari crocicchi di persone che attendevano di fare ingresso in platea o nei posti loro assegnati. Un animazione insolita che si ripeteva, tal quale, all’uscita , alla fine dello spettacolo.

Durante la rappresentazione, nell’intervallo tra i due (o tre) atti, era d’uopo ritrovarsi al bar del Giordano e salutare gli amici o i conoscenti che si incontravano, commentando lo svolgimento della serata.

Il dopo teatro era un altro momento molto particolare e tradizionalmente riservato alla pizzeria/ristorante ( sempre secondo le varie possibilità economiche). La maggior parte di coloro che erano stati a teatro preferivano il vicino Grottino dove, anche per la qualità del servizio e dei piatti che preparava, si fermavano anche le compagnie, dopo la rappresentazione e con esse si stabiliva un conviviale rapporto. Una pizza o una buona mangiata chiudevano la serata dei foggiani dedicata al teatro.

Chi legge queste cose forse non crede che davvero ci sia stato un tempo nel quale a Foggia davvero si viveva così. Noi, invece, che l’abbiamo vissuto e ne siamo orgogliosi, ci auguriamo che molto presto, anche i nostri figli e nipoti possano ritornare a viverli per raccontarli, a loro volta, alle future generazioni.

Dr Salvatore Aiezza ( docente università di studi e tradizioni locali “Il Crocese”)