20 marzo 1731 il terremoto che distrusse Foggia

 

foggia06Il 20 marzo 1731 Foggia fu rasa al suolo da un violento terremoto, grado IX scala Mercalli e magnitudo 6 scala Richter, le vittime furono più di duemila e i danni molto ingenti, tanto che la città di stampo medievale, durante la ricostruzione cambiò totalmente aspetto, le mura di cinta non furono ricostruite e molti edifici furono riedificati secondo diversi criteri.

Era martedì santo, le 5 del mattino, la terrà tremò violentemente, ‘tanto che in essa città di Foggia in istante rovinarono la maggior parte degli edifici tanto di chiese, che di particolari, e prima si vidde caduta, e rovinata in gran parte della città, e sepolta molta gente sotto le pietre, che si fossero potuti accorgere del Tremuoto. Durò questo così fiero moto per cinque minuti di ora, e indi fra lo spazio di un’Ave Maria ripigliò fieramente con lo stesso vigore, e scuotimenti, la cui violenza, e impeto si puol congetturare dall’aver l’acqua de’ pozzi dalla profondità di 30 in 40 palmi in molte parti sormontata la bocca, e allagato all’intorno.’ scriveva Vincenzo Salvato in Foggia-città territorio e genti.

Crollarono un terzo degli edifici, la città fu avvolta da una coltre di polvere che nascondeva le macerie e i corpi sotto di esse. Si pregava la Vergine, i superstiti vagavano per le vie dissestate e per le campagne in cerca dei cari. La sera del disastro don Giovanni Tudesco con coraggio si addentrò nella nicchia dove era custodito il Sacro Tavolo e lo riportò alla luce, fu un grande sospiro di sollievo per i foggiani che lo esibirono in piazza e si riunirono per pregare.

I danni accertati furono il crollo del campanile della Collegiata, che riportò gravi danni in altre strutture; notevoli lesioni e crolli parziali o totali si ebbero in vari edifici civili e religiosi, oltre che nei più poveri rioni e nelle campagne. Tra gli edifici civili della città, l’unico del quale si possono definire con precisione i danni è quello della Dogana, nella strada maestra di pozzo rotondo.

Ancora Vincenzo Salvato scriveva:’Il 1° aprile il Ruoti, notando che molti osavano disseppellire i cadaveri nelle campagne per trasferirli in sepolture cittadine, vietò decisamente tale imprudente pratica; il 15 successivo ordinò ai carrettieri di scaricare le sfabricature causate dal terremoto nei fossi del tratturo di Gesù e Maria e nel luogo detto le Croci; infine il 4 luglio emise l’ordinanza con la quale proibì di costruire senza licenza onde evitare grande incomodo futuro alla città…

…Tra i primi edifici oggetto di riparazioni fu il convento di S.Francesco, che venne ampliato proprio nell’anno del terremoto; ma al restauro o alla ristrutturazione di tanti edifici maggiori si accompagnò anche un notevole sviluppo urbanistico in quella fascia di territorio suburbano che, in pochi anni, fu conglobata definitivamente nella cinta urbana.

Furono soprattutto i ceti meno abbienti a riversarsi sulle libere aree ove perpetuarono la vecchia architettura spontanea e popolare dei canalini, realizzando in serie, ancora una volta, tante lunghe teorie di baracche.

I tracciati delle nuove strade, sempre in terra battuta, si tenevano preferibilmente rettilinei e, cosa mirabile, si osservava quasi sempre un rapporto piuttosto basso tra costruzioni e larghezza delle sedi stradali.’

Il poeta napoletano Vincenzo Maria Morra dedicò questi versi alla città colpito dalla grande tragedia:

Vedo su la città l’aria sì oscura,

sì fiera, e sì terribile d’aspetto,

che ‘l rammentarla sol mi fa paura.

Vedo per ogni via, per ogni tetto

sparger d’orrendo incendio alte faville

Tesisene, Megera e l’empia Aletto.

Vedo a piè delle mura a mille a mille

gli abitatori della città infernale,

come chi dà l’assalto a suon di squille.

Altri le scale appoggia, e su vi sale

porta altri altrove inaspettata guerra,

e con ferro, e con fuoco i ponti assale.

Ferrata mazza altri a due mani afferra,

corre alle porte, e ciò che ‘n lui s’intoppa,

spezza, infrange, e i ripari abbatt’, e atterra;

Foggia va a terra, la possente antica,

famosa Foggia, che vantò corona

sovra l’Appula spiaggia al Ciel sì amica.

Fuggon vecchi, e fanciulli, ogni persona

nobil, o vil; ma il turbine fatale

né a sesso, né ad età guarda, o perdona.

Altri scampa, altri more, e nel ferale,

estremo eccidio alcun (ahi caso amaro)

pria v’è sepolto, che lo spirito esale.

Vedea le genti dissipate, e sparte

per varie strade, timide, e dogliose,

colla zappa alla man, con forza, ed arte

estinte ricercar persone ascose

sotto all’infrante mura, e ritrovate

pianger sovra di lor meste, e affannose.

Di sotto alle ruine altre scampate

vederne uscir, e vinte da spavento

fuggir alla campagna egre, e piagate.

L’attenzione si spostò sul S. Tavolo della Madonna che fu portato nella vecchia chiesa dei Cappuccini in via San Severo. Il mattino del 22 marzo giovedì santo mentre si provvedeva per la celebrazione della S. Messa nel piazzale antistante la chiesa, la Vergine benedetta si diede a vedere distintamente e ripetutamente a tutto il popolo e alle autorità cittadine accorse sul posto.
Non molto tempo dopo venne a Foggia S. Alfonso de’ Liquori il quale, pregato di predicare in onore della Madonna nella chiesa di S. Giovanni, fu favorito dell’apparizione della Vergine e di una prolungata estasi.
Il prodigio delle apparizioni si ripetè più volte anche nel corso del 1732 e 1745, quando S. Alfonso con altri suoi religiosi ritornò in Foggia per predicare una missione al popolo.
Foggia celebra ogni anno il 22 marzo la festa commemorativa anniversario della prima apparizione della Madonna ed il 13 agosto quella del ritrovamento del S. Tavolo.

Tratto dal libretto “La Madonna dei Sette Veli” di don Michele Di Gioia nel 250° anniversario delle apparizioni 1731-1981.